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Gianna Pinotti (12
dicembre 1963) è pittrice, poeta e critico d'arte. Dopo una
prima formazione scientifica a cui è seguita una laurea a
Bologna in Lettere Moderne con una tesi in storia dell'arte
contemporanea ha approfondito gli studi di iconologia,
sopratutto astrologica, ponendosi nella scia di Warburg e dei
suoi continuatori europei integrando l'iconologia con
gli insegnamenti di tradizione longhiana dell'Atneo bolognese.
Ha inoltre studiato Canto presso il conservatorio di Mantova e
frequentato un corso di perfezionamento con il Maestro Ettore
Campogalliani, per intraprendere una breve esperienza teatrale
abbandonata poi per abbracciare definitivamente quella
pittorica e letteraria. Dopo alcuni saggi giornalistici, agli
inizi degli anni Novanta, l'artista, oltre a frequentare
l'ambiente intellettuale parigino, prende parte al gruppo di
lavoro della rivista "La Corte", nata nel 1988 sotto la
direzione artistica e scientifica di Achille Bonito Oliva,
Alessandro Gennari, Ruggero Guarini, Alberto Moravia,
Umberto Silva.
Accanto all'attività pittorica (che aveva preso avvio negli
anni Settanta), nutrita è anche la produzione poetica (diverse
raccolte edite dal 1990 e molti inediti, alcuni di questi
presentano nuove scritture), oltre a quella critica rivolta
all'indagine iconologica e storico-artistica di opere di
autori antichi e moderni (Falconetto, Mantegna, Parmigianino,
Rubens, Barzaghi, Celada, Vicentini, Bigongiari, Lanfranco) i
cui risultati scientifici sono stati talvolta presentati in
riviste
italiane e straniere e in alcuni cataloghi e libri, l'ultimo
riguarda l'importante attribuzione della scultura in marmo
raffigurante Cupido dormiente con serpi, oggi collocata
nel Museo Civico di Mantova, al giovane Michelangelo
(Editoriale La Cronaca di Mantova, 2005). Negli ultimi cinque
anni Pinotti ha ricevuto riconoscimenti sia per la saggistica
che per la poesia e ha tenuto numerose conferenze, nelle quali
ha illustrato le sue scoperte e gli artisti a lungo studiati.
Ha esposto in Italia e all'estero, in mostre personali e
collettive. Dopo un primo decennio di lavoro (1976-1986)
incentrato sulla figura e sulla rielaborazione visuale dei
Maestri antichi e moderni (tra i quali i fiorentini del
Quattrocento, Cézanne e il cubismo) è seguita una produzione
sperimentale che si è prefissata nuove conquiste tecniche e
concettuali (presentate nelle mostre:"Gianna Pinotti 1:9:9:3" a cura de "La Corte" con
presentazione di Alessandro dal Prato e Giannino
Giovannoni; "Nettuno" a cura del Centro di Lingua e Cultura
italiana di Parigi, 1994; "Nettuno e altre storie" a cura di
Carlo Micheli e del dipartimento culturale del Comune di
Mantova, 1995), produzione che è maturata nei ritmi taglienti
di "Terre Colorate ("Terres Colorées", Parigi, 1996), quando i
quadri "vivono in una dimensione di fresca e serena
cromaticità, che si sviluppa con sciolta eleganza in forme
articolate che danno vita a composizioni allo stesso tempo
ariosamente aperte e ben concatenate in strutture di organica
compattezza" (Francesco Poli, 1996).
Risalgono al 1996-97 i suoi dialoghi fiorentini con il poeta e
critico Piero
Bigongiari, uno dei maggiori esponenti della
cultura del Novecento: Bigongiari intravede nella produzione
pittorica dal 1994 al 1997 (Terre Colorate, Sentieri in
salita, Iperstere, Apollo e le Muse) un universo
"pre-formale" su cui Pjnotti produce scritti estetici (II
Prerealismo) a questo proposito si leggeva d'altra parte:
"Gianna Pinotti cerca di creare e di amalgamare gli accordi,
le suggestioni dell'arte del passato con nuove forme e
apparenze, sviluppando l'arte del gioco e dell'allusione. Al
punto di incontro tra linea e colore, sprovvisti come siamo di
qualsiasi contenuto descrittivo, irrompe quella sensazione
psichica che Piero Bigongiari chiama "l'avverarsi
dell'improbabile", una sensazione come di caduta tra la
profondità e la vertigine" (Nicola Loizzo, 1999). Gli incontri
con il grande intellettuale conducono Pinotti ad approfondire
proprio i risvolti teorici della propria opera pittorica.
A Firenze incontra la scrittrice Mariella Bettarini, una delle
più autorevoli voci della poesia contemporanea, partecipando
ad alcuni incontri letterari al Caffè storico Giubbe Rosse,
luogo di ritrovo di grandi poeti e intellettuali, dal
Futurismo alla piena attualità.
Una parte del lavoro pittorico e grafico (Sentieri in salita, Ipersfere, Cavalieri alchimisti, astrattismi e composizioni pittoriche e picto-scultorie)
viene presentato in tre mostre a Trento tra il
1999 e 2000 (emblematica la mostra "Trionfo di Fortuna"
del 1999, a cura della Galleria "Le due Spine" di Rovereto) in
cui "in sintonia con alcuni fra i maggiori protagonisti del
dopoguerra francese - la cosiddetta Nuova Scuola di Parigi di
Manessier, Bissière e Bazaine - , ma
dimostrando inedite affinità con l'opera di Corpora e di
Santomaso, Pinotti intraprende contemporaneamente due cammini: la stesura di tele in cui la
cromia si fa corpo grazie all'intervento di terre e di un gesto pittorico mosso fino ai minimi
perimetri, e la costruzione di scenari suggestivi che
assorbono frammenti del mondo attuale per rigenerarli in una
nuova dimensione" (Giovanni Pasetti, 1999).
Picto-sculture, in equilibrio tra il sogno e la filosofia, e
picareschi assemblaggi rispondono in un dialogo sempre aperto
alla produzione poetica e critica, ricordiamone alcuni:
Trappole di
Cielo (1998), Trionfo di Fortuna (1999), Occasus Belli (2002),
Le Chiome di Berenice (2006).
Negli ultimi anni con la serie Le città cadute
(1999-2002) l'aspirazione metafisica si fonde con
I'apparizione fisica in forma geometrizzante dello spessore
dello spazio (la ricerca pittorica viene raccontata
dall'autrice in scritti e appunti inediti).
Ci troviamo di fronte a "immagini che emergono da una memoria
sabbiosa che omogeneizza spazi e oggetti. Ricompaiono tracce
di architetture illusorie che, nella riorganizzazione,
attraverso l'immagine, diventano simboli astrali, allegorie filosofiche e, ancora, segni alchemici per un desiderato
artificio oltre l'ineccepibilità della ragione" (Eristeo
Banali, 2006). Dal
2002 Pinotti lavora agli Aquiloni di
Shiraz, tema nato in una serie
di poesie ossimoriche in
forma di aquilone scritte tra 2002 e 2003 sul tema del
fanciullo-poeta e del suo ludo. Dalla trama esistenziale al
gesto visuale. La rielaborazione del tema segna la produzione
pittorica e poetica successiva (Alchimico, 2006, a cura
di Archivio della Poesia del Novecento del Comune di Mantova),
caratterizzata sempre più da una ricerca spirituale e
metafisica, che prende corpo attraverso la parola alchimica,
"accanto al fuoco di un antico sapere esoterico" (Alberto
Cappi, 2006). Gli aquiloni di Shiraz si snodano in
diverse serie pittoriche: la prima è quella tecnicamente
vorticistica e riferita al futurismo plastico di Umberto
Boccioni, ma proiettata in realtà ad evocare immagini "date
con fare allusivo, invitante al contributo di chi s'imbatte in
quel fremito" (Banali, 2006), e sfociante in una serie di
dipinti che accompagnano le poesie del libretto Gli
aquiloni di Shiraz, con presentazioni di Mariella
Bettarini, che scrive di questa stilisticamente imprendibile
"poesia visivo/visionaria, un ludico lavoro fitto, tessuto di
sapienza e speranza, riflessione e follia, storia e arte,
linguaggio per immagini" e del gallerista e critico Steven
Music, che ne coglie alcuni degli aspetti visualmente più
spirituali, poichè‚ "l'occhio della nostra immaginazione viene
trasportato da un flusso di energia interna illuminato dagli
incessanti colpi paralleli del pennello che creano un
caleidoscopio di forme in movimento. Questi lavori di pittura
ci mostrano il trascorrere del "tempo" durante la vita" (Steven
Music, 2004). Seguono altre opere che vedono come protagonista
l'aquilone che produce fantasiose soluzioni visuali:esse
divengono corpose evocazioni di pre-mondi che ci osservano
dall'alto del loro volo (mostra "Gli aquiloni di
Shiraz-nuova serie", a cura di Edi Ravanini, 2005), oppure
sintesi di geometrie che si chiudono serratamente, dialogando
con lo spazio astratto circostante, esposte di recente, in
occasione di "Invito a Palazzo" (a cura della Banca Agricola
Mantovana), presso Palazzo Strozzi a Mantova, dove Pinotti ha
presentato una significativa selezione di opere (dal 1996 al
2006) insieme all'installazione Le Chiome di Berenice
(2006), che, servendosi di elementi autobiografici,
astrologici e cabbalistici, intende rivalutare la serie come
spontanea scomposizione concettuale e "iconologica" del
singolo ma stratificato tema, scivolato in differenti canali
della memoria, visualizzando a questo punto, attraverso
l'installazione oggettuale, gli esiti formali prerealistici e
strutturalistici annunciati con le Ipersfere "My Mind
1997).
(testo e foto tratti dal catalogo) |