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Giovanni Lamberti, in arte Le Rond è nato il 02/02/1953 e
si è laureato in Economia. Lamberti utilizza cementite, pittura
al quarzo, smalti, piombo, ottone, carta, calce impiegati in
forma materica e con adeguate commistioni. La sua personalità lo
porta ad una continua ricerca di tecniche diverse, anche su
strutture di rilevanti dimensioni, senza badare più di tanto ai
canoni attuali della commercializzazione delle opere, ma
assumendo iniziative del tutto autonome e promettenti. Diverse
ormai sono le fiere di arte contemporanea a cui l'artista ha
partecipato, nonchè le mostre (personali e collettive) - in
Italia e all'estero (Spagna, Francia, Belgio e Germania) - e le
esposizioni/eventi, anche permanenti, in musei a cui l'artista
ha partecipato con buon successo di critica e pubblico, nonché i
riconoscimenti, anche internazionali, conferiti e le
pubblicazioni in cui lo stesso viene citato.

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Un talento artistico insospettabilmente imperniato
sul paradosso è quello di Giovanni Lamberti, il cui originale
nome d’arte vuol porsi quale omaggio e complice riferimento al
luminoso e caleidoscopico ingegno dell’illuminista francese d’Alembert,
il cui vero nome era proprio Jean-Baptiste Le Rond. In effetti,
l’effervescenza dell’impeto creativo, l’impaziente esigenza di
escogitare sempre nuove soluzioni compositive e linguistiche,
senza mai adagiarsi nel compiacimento per l’intuizione felice e
nella riproposizione della formula di saggiata efficacia si
incontrano e fondono in lui con un equilibrio, un senso della
misura e dei rapporti interni che lo ascriverebbero al novero
dei razionalisti, ovvero – volendo rimontare ala sfera degli
archetipi – di una metastorica classicità.
Rapido e densissimo è il percorso di Le Rond, passato nel breve
arco di una decina d’anni dalle prove latamente postcubiste, e
comunque ancora iconiche, al furor sperimentalistico del periodo
materico-gestuale, fino a quei ribollenti assemblaggî di
radiatori e oggetti di scarto dei processi industriali,
riconducibili a un’ideale area di congiunzione fra il New Dada e
César, che preludono alla fase dell’improvviso e sorprendente
decantamento, della rarefazione espressiva e stilistica, della
salutare e catartica tabula rasa.
Lamberti ha successivamente ricominciato a porre, ma su basi
affatto diverse dalle precedenti: non più, quindi, una materia
trabordante, coagulantesi in grumi e viluppi pulsanti o in fitti
montaggî di prelievi oggettuali, ma una superiore dialettica
d’elementi discordanti, coordinati in un equilibrio dinamico
continuamente affermato eppure sottilmente trasgredito. Nelle
ultime opere di Le Rond, non a caso, gli ingredienti ormai
tipici del suo lessico formale, rispondenti a un ben individuato
e riconoscibile ethos, si aggregano in organismi di
sorvegliatissima e calibrata complessione, fondati su
proporzioni e ritmi preordinati con sicuro senso
dell’organizzazione visiva e tranquillo dominio dei media. In
una padronanza così magistralmente raggiunta, subentrata
all’irresistibile urgenza comunicativa – talora non immune da
eccessi e ingenuità – che traspariva nei lavori d’inizio
millennio, potrebbe persino sorgere il rischio di un placido
acquietarsi dell’estro veemente di Lamberti nelle eccessive
certezze di un modulo infallibile, se a sommuovere tale schema
preliminare non sopravvenisse un esuberante dinamismo
esplicantesi in un triplice orientamento: da un lato, tramite
l’immissione di leggeri sfalsamenti dei piani concentrici
dell’immagine, che subiscono inclinazioni contrastanti e di
marca vicendevolmente inversa destinate a tramutare in avventura
percettiva inesausta la decodificazione delle forme e dei segni.
Si consideri il ciclo delle tre tavole giocate sul rosso-grigio
e sul grigio-nero: in apparenza quasi quadrate, ma in realtà
rettangolari; armoniose e bilanciate nei rispettivi pesi
cromatici e strutturali, nelle differenti textures sui foglî di
polistirene ricoperti di PVC, eppure, a un’analisi minuziosa e
attenta, connotate da un’intima instabilità, da una recondita
tensione, in quanto le opposte pendenze non arrivano ad
annullarsi e comporsi del tutto, affiorando il minimale scarto
del prevalere dell’una sull’altra.
Ma non solo alle facoltà perturbanti ed eversive di una lieve
asimmetria Le Rond affida la propria ricerca di movimento,
perché in numerose opere recenti, proposte sempre più
convintamente quali autentiche pitto-sculture, a protendersi
nello spazio tridimensionale sono le figure stesse, in ciò
secondate non da procedimenti virtuali od olografici, bensì
dalla solida fisicità (così consentanea all’autore) di telai
metallici che si dipartono dai supporti e fuoriescono
gagliardamente in direzione dell’osservatore. Laddove un
effettivo e tangibile cinetismo è conseguito nelle griglie
interconnesse a cerniera o sovrapposte con possibilità di
scorrimento, che ribadiscono il vocabolario visivo di Lamberti
in una sorta di mobiles pittorici che si direbbero – di primo
acchito – una dissacrante o ironica riedizione dei polittici ad
ante tardomedievali, mentre ambiscono, alieni in toto da una
simile tentazione, ad attuare l’atavico sogno di dotare di moto,
anche se indotto o meglio inducibile, i manufatti di un’attività
umana esteticamente caratterizzata.
Paolo Bolpagni (storico dell’arte)
Lamberti ha sentito l’urgenza e la necessità di
esprimersi con linguaggi diversi e alternativi, di ricercare,
nel complesso mondo contemporaneo, un codice espressivo
autentico ed originale che fosse solo esclusivamente suo. La sua
attenta opera di ricerca ed analisi si è così concentrata sui
materiali e le loro varie tipologie attingendo dal mondo
tecnologico-industriale, dallo scarto, da tutto ciò che, in un
modo o nell’altro, fosse in grado di smuovere e alimentare la
sua creatività e la sua fantasia.
Straordinaria opera di recupero e di forte spessore culturale
perché in grado di ridare voce e dignità artistica ad oggetti di
uso comune, perché tutto questo è ricerca di un vissuto, la
ri-scoperta di un’identità individuale e storica insieme.
Così incomincia il suo percorso dentro l’uso dei materiali, alla
continua ricerca di quelli ritenuti più idonei a rappresentare
le ansie e la complessità degli attuali momenti, in uno sforzo
continuo e prolungato che vuole essere anche e soprattutto
indagine sociale ed esistenziale di un mondo sempre più incapace
di comunicare emozioni e sentimenti, sempre più proiettato verso
“saperi” freddi e tecnologici, importanti, sì, ma insufficienti
per riscaldare anima e cuore.
Si tratta di pannelli spesso monocromatici, sui quali interviene
poi con i suoi materiali, di solito “radiatori” meccanici
parzialmente ricoperti da quarzo e smalti fino ad ottenere
affascinanti e misteriose screpolature, rugosità, avvallamenti.
Questi oggetti di uso comune, veri e propri scarti industriali,
tornano così a vivere, a trovare un loro ruolo, non solo, ma
vengono addirittura elevati ad opera d’arte, diventando presenze
importanti e insostituibile del suo discorso pittorico.
Linguaggio astratto, ma forte e contemporaneo, vivo e
palpitante, aperto sempre ad altri e ulteriori sviluppi, nel
rigore della costruzione e nell’eleganza della sintesi.
Luciano Carini (critico d’arte)
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